Esodo e opere civili nelle gallerie stradali: i requisiti infrastrutturali del DM 20 giugno 2025
- 14 Ottobre 2025
La componente infrastrutturale della sicurezza in galleria è spesso percepita come “vincolo geometrico”. In realtà, nel DM 20 giugno 2025 è un insieme di scelte che determinano tempi di esodo, possibilità di autosoccorso e accessibilità per i soccorritori. Se questi aspetti sono deboli, la migliore strategia impiantistica rischia di non compensare.
Il punto di partenza è il sistema d’esodo. Il decreto impone che le vie di esodo consentano agli utenti di abbandonare a piedi la galleria e raggiungere un luogo sicuro; nelle gallerie senza corsia di emergenza sono previste banchine pedonali di emergenza (anche sopraelevate) per permettere lo spostamento degli utenti verso un’uscita. Per gallerie urbane ed extraurbane con volume di traffico superiore a 2000 veicoli/giorno per corsia, le uscite di emergenza devono essere distanziate al massimo 500 m. Nelle gallerie urbane più lunghe (oltre 500 m) che consentono anche transito pedonale, la distanza massima scende a 300 m. Sono numeri che incidono direttamente sulla strategia: più breve è l’interdistanza, minore è la dipendenza da condizioni ottimali di ventilazione e visibilità durante l’esodo.
Il decreto descrive anche le possibili tipologie di uscita: verso l’esterno, verso un altro fornice (se protetto), verso una galleria di emergenza (se protetta) o verso un luogo sicuro temporaneo collegato all’esterno mediante percorsi protetti. Nei casi in cui l’esodo avvenga tramite strutture dedicate (galleria di emergenza o percorso protetto), vengono richieste prestazioni almeno REI 120 per strutture portanti e separanti. Qui emerge un concetto chiave: il luogo sicuro temporaneo è accettabile solo se esiste una “seconda tratta” protetta che porta al luogo sicuro definitivo.
Sul fronte dei soccorsi, nelle gallerie a doppio fornice i collegamenti carrabili (se presenti) devono essere protetti con prestazioni almeno REI 120, per impedire che fumo e calore migrino nel fornice non interessato. Questo dettaglio è spesso determinante nella gestione di un evento: preservare un fornice “pulito” può diventare una risorsa per evacuazione, accesso dei mezzi e logistica di intervento. Quando la geomorfologia lo consente, il decreto richiama anche la realizzazione di varchi nello spartitraffico esterno ai portali per consentire accesso immediato ai fornici da parte dei servizi di pronto intervento: è un accorgimento semplice, ma decisivo nei minuti iniziali.
Il tema drenaggi è un altro punto “infrastrutturale” con impatto diretto sulla dinamica dell’incendio. La gestione di liquidi infiammabili e tossici (drenaggio e confinamento) serve a ridurre probabilità di innesco e propagazione; dove non è possibile o non è previsto, il decreto richiama la valutazione delle autorità competenti su trasporto di merci pericolose e su misure di regolazione dei flussi, basate su analisi di sicurezza. In pratica: o si governa la sorgente di combustibile, o si governa l’esposizione (traffico e tipologie di carico).
Infine, strutture e materiali. Il DM richiede materiali incombustibili e livelli minimi di resistenza al fuoco (R 90), con criteri più severi quando un cedimento locale può avere conseguenze catastrofiche (es. gallerie sommerse o con edifici/infrastrutture soprastanti). Anche i rivestimenti delle pareti devono essere incombustibili: non è un dettaglio estetico, è controllo della propagazione e della produzione di fumi.
Per FSE PROGETTI, la lezione è concreta: l’infrastruttura non è “solo opera civile”, è una parte attiva della strategia antincendio. Esodo, protezioni REI, accessi dei soccorsi e gestione dei liquidi definiscono lo scenario su cui poi si dimensionano ventilazione, alimentazioni e procedure.
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